| Mimmo Sancineto |
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note critiche Ivana D’Agostino
Affioramenti bizantini dai muri calabresi di Mimmo Sancineto
La mostra di Rossano Calabro di Mimmo Sancineto presso il Palazzo delle Culture di S. Bernardino, dopo la recente esperienza (giugno-luglio 2006) della esposizione di Sibari La Magna Grecia e i suoi segni, lo dispone ancora una volta a rileggere le testimonianze di un antico passato – nel caso di Rossano, le sue origini bizantine riconoscibili in precisi monumenti e testimonianze artistiche –, tuttavia ancora presente e fortemente sentito nella cultura e nella memoria del territorio, attraverso una campionatura chiave di opere che egli dedica a questo così specifico aspetto. Un omaggio di tal genere non era mancato neppure alla sua personale tenuta a Pescara nel 2005 Riflessi nel parco, nel cui contesto Sancineto non dimenticò di menzionare in un dipinto la comparsa dell’uomo sapiens nel paleolitico superiore, documentandola con una sua rivisitazione del Guerriero di Capestrano, una stele funeraria del VI sec. a.C, ritrovata intorno al 1934 in modo abbastanza fortuito in un vigneto in Abruzzo. Al Palazzo delle Culture l’artista presenta opere recenti comprese tra il 2005 e il 2007: una serie di Paesaggi, eredi dei più antichi soggetti delle Stagioni del 1980, e numerosi Muri. A Rossano e alle origini bizantine della città - nella quale l’insediamento orientale si giustifica come per altre realtà consimili presenti in Calabria e nell’Italia centro-meridionale, a seguito della lotta iconoclasta del VIII sec. d.C e, ancor prima, delle guerre greco-gotiche –, Sancineto dedica una decina di opere che si ispirano a monumenti bizantini rossanensi di evidente riconoscibilità. Di essi, oltre a descrivere le strutture architettoniche l’artista propone frammenti di mosaici, di affreschi, non dimenticando di citare alcune pagine del Codex purpureus rossanensis: un illustre esempio di miniatura altomedioevale, probabile manufatto di monaci melchiti giunti nell’Italia meridionale nella prima metà del VII sec. d.C. Non si tratta tuttavia di rivisitazioni testuali o di ricalchi descrittivi: la memoria storica nel contemporaneo giustifica la citazione se l’avvalora ricontestualizzandola di nuovi significati coerenti alla sperimentazione dell’artista. Sancineto racchiude la sue descrizione naìf delle absidi tricore della splendida S. Marco, chiesa nella sua pianta centrale simile alla Cattolica di Stilo, e di S. Maria del Pàtire suggellandole come icone racchiuse in capselle, quasi come se fossero reliquie devozionali di una religiosità popolare e dimessa. La descrizione intenzionalmente corsiva che ne fa, tradotta nei colori calcinati dell’ocra e dell’azzurro dei muri di Calabria, riassorbe, riconducendo queste immagini, testimonial di una cultura come quella bizantina fortemente aristocratica e cerimoniale, nell’ambito delle tematiche pittoriche consuete all’artista. Le absidi delle chiese, l’immagine, anch’essa racchiusa nella capsella, di S. Giovanni Crisostomo nella Panaghìa con il rotulo tra le man non sono altro che affioramenti di un retaggio culturale alto, quasi delimitato con un segno di gesso che lo ritaglia sui muri; quei Muri di Calabria corrosi, dalle numerose pelli sovrapposte scorticate, tratificazioni di epoche, di dolori, di culture, che affiorano da essi, e di cui essi recano imperitura memoria. Tutti i dipinti dedicati a Rossano lo sono attraverso un processo di ridimensionamento e traslitterazione dei significati. L’immagine aulica di una pagina del Codice pergamenaceo di Rossano - S. Marco che scrive il Vangelo sotto l’ispirazione di una figura femminile – assume, nella citazione di Sancineto, un sentore primitiveggiante da Russeau il Doganiere, ludico e giocoso per come poteva essere percepito, nel caso avessero avuto la possibilità di vederlo, dalle persone semplici, i tanti miseri di Calabria e di altrove, che in Calabria come altrove, non leggevano la parola scritta ma le immagini, abbassandole di significato al loro livello di fruizione popolare. Tutto ciò si riscontra anche in un’altra pagina del Codice purpureo, che decora, nella parte bassa, L’ingresso di Gesù a Gerusalemme con quattro Profeti, trasformati dall’artista in un fregio ornamentale, duplicandoli in otto,nei modi di una pittura ingenua, trascritta nei colori vivaci dei decori dei carretti paesani parati a festa per le sagre. Anche il colore della pagina di questo soggetto pittorico, regalmente purpurea come tutte le altre del Codice, è qui riconvertito in un pastoso rosa, così caratteristico dei materici Muri dell’artista. Anche la mostra di Rossano mostra numerosi Muri, un soggetto caro all’artista perlomeno dal 1980, per lui pretesto, come i Paesaggi, per una pittura di alta pasta, vigorosamente spatolata. Una pittura di ricerca, costituita di spessori e di aggetti dal supporto ottenuti attraverso uno sperimentalismo che da sempre caratterizza la sua ricerca, seppure solo più di recente si sia orientato a considerare, oltre ai pigmenti e a colori più tradizionali, resine speciali, vernici e smalti di derivazione industriale. Ma i Muri sono evidentemente anche fondali proiettivi, luoghi di apparizioni e affioramenti, spazio di visioni epifaniche connaturate al luogo, alle genti che tra quelle mura modeste di gente di Calabria – i personaggi che originariamente apparivano tra le “prospettive sbieche” dei muri di Sancineto - hanno vissuto tramandando la memoria storica del territorio. Alta o bassa che fosse - la Madonna Acheropita dipinta nella Cattedrale di Rossano piuttosto che il ricordo tracciato sul muro del matrimonio della fanciulla del rione -, questa memoria, lascia un segno indelebile, più affabulatorio che storico, un’impronta che Sancineto fa riaffiorare e rivivere, suggellandola nella capsella con il segno grosso di gesso, come se fosse un’immagine della sequenza narrativa delle vicende romanzate sul telone di un cantastorie. |
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